GMG 2011 » Mediacenter » Archivio Newsletter » Newsletter n.14 » Dalle ingiustizie la penitenza che ci costa di più
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Editoriale Nel suo recente viaggio a Fatima il Papa ha invitato noi sacerdoti a fare penitenza, per noi stessi e per il bene della Chiesa; non è facile parlare di penitenza, e ancor meno farla. Molte volte ho provato a fare penitenza a favore dei giovani, di chi è finito nel fango della droga o di chi è in situazioni difficili. Devo ammettere che per me non è semplice stare a lungo in ginocchio, o rinunciare al cibo, tanto per citare due àmbiti tradizionali, molto concreti e verificabili; è faticoso anche quel digiuno che la Chiesa ci chiede solo due volte all’anno, il Mercoledì delle Ceneri e il Venerdì Santo. È difficile oggi comprendere il senso dell’astinenza, del digiuno, della penitenza; riesco a capire qualcosa del digiuno e della penitenza solo quando li faccio e quando vivo una particolare unione spirituale con Gesù. Le penitenze più pesanti sono quelle che provo quando subisco ingiustizie, offese, maldicenze, aggressioni verbali da qualcuno: in quelle situazioni provo a pensare che, in fondo, quella persona si è sfogata, si è liberata da un peso. So bene che molte volte sono io stesso che, con il mio comportamento, sono causa di penitenza per altre persone. Una persona a me molto cara, di alcuni anni più piccola di me, nel periodo della sua giovinezza ha attraversato un periodo di grande sofferenza. In quel periodo ho desiderato e chiesto a Dio con insistenza di soffrire io al posto suo; desideravo portare io una parte del suo zaino di difficoltà, fare penitenza per lei. Molte persone, in questi anni di vita sacerdotale, mi hanno chiesto se avevo paura di morire; con grande sincerità devo rispondere di no: sono assolutamente certo dell’amore di Dio, del suo desiderio di prendermi con sé, magari dopo un tempo di giusto e meritato Purgatorio. Non ho paura di morire; forse ho paura di soffrire, di morire soffrendo come tante persone che ho conosciuto. A dire il vero, in particolari momenti ho anche desiderato soffrire, sicuro che la penitenza avrebbe sostituito quella di qualcun altro, di qualche giovane. I mistici dicono che la forza di fare penitenza, di essere uniti a Gesù e alla sua croce, è un dono di Dio; solo così riesco a capire le stimmate di san Francesco, di santa Rita, di san Pio da Pietrelcina. La sofferenza non viene da Dio, lo sappiamo bene; nessun padre desidera il male dei suoi figli; anche Lui soffre nel vederci soffrire, anche Lui subisce il male; ha mandato il suo Figlio a soffrire con noi e per noi. L’amore, qui in terra, va a braccetto con la sofferenza, ma nell’Eternità non sarà così: sarà solo gioia e festa per chi si lascerà amare da Dio. don Nicolò Anselmi |

