Mi capita di incontrare giovani che rientrano dalle sedi universitarie e scelgono di partecipare allEucaristia domenicale o di entrare per un attimo in Chiesa. Sono incontri veramente significativi, spazi intensi di desideri che rimandano alle domande di fondo della nostra vita. Che sono, di fatto, le domande più significative del tempo di Quaresima: «Come "si costruisce" un uomo?», «ci può seguire realmente Gesù oggi?». Arisa a Sanremo ha cantato che «arriva la notte e si resta soli con sé… e si va in cerca dei suoi perché». Soltanto che la canzone prosegue: «Si esce sconfitti a metà». Non entro, ovviamente, nel senso proprio di questa canzone (che per la verità a me piace per vocalità e rimandi di vita). Colgo le immagini figurate, biasimando il triste epilogo di questa «notte di pensieri»: la sconfitta «a metà». Farsi domande è importante e necessario. Di notte o di giorno che sia: domande sulla vita, sui desideri, sullamore, sul futuro. E anche su Dio. La Quaresima, in fondo, è semplicemente questo: la ricerca delle giuste domande e delle giuste risposte. Qualche giorno dopo le ceneri la preghiera della Messa ci ha invitato a chiedere al Signore «un profondo rinnovamento dello spirito». Ecco trovata la parola-chiave: si cresce - anche nella fede - e, quindi, si diventa uomini, quando ciò che cerchiamo e ciò che abbiamo trovato diventa «profondo». Non cè spazio per la superficialità in alcuna situazione di vita. Ciò che vale, ciò che è buono, ciò che è essenziale, ciò che Dio chiede, tutto deve abitare dentro, quasi «inchiodato» nel profondo. I giovani desiderano diventare maturi nelle loro scelte, perfino nella propria scelta di fede, ma non riescono a entrare «dentro» la propria vita, incapaci di togliersi i macigni di vuoto o di vangare la leggerezza delle proprie esteriorità. Non si accorgono che navigano in un mare di «profondo disagio» (Evb, 32) e non riescono a far emergere le «domande inespresse». Il cardinale Newman amava dire che la migliore prova dellesistenza di Dio è dentro di noi, là dove «il cuore è vivo e prova a immaginare, e la fede diventa qualcosa di esistenziale»: cosa fare, come fare perché tale cammino diventi vero e profondo? Un consiglio lavrei. Proviamo a fare silenzio. A ritagliarcelo con determinazione. A rinfacciarlo a chi ci riempie di rumori o di parole. Il silenzio del cuore, quello che ci fa dire di «avere peccato contro il cielo» e contro gli altri e fa riemergere le domande che servono e che contano; oppure il silenzio della preghiera, dove si riceve e si accoglie Colui che invita a «convertirci a Dio». Il silenzio. Nientaltro che uno spazio di silenzio. Perfino, paradossalmente, nel «deserto del mondo». Un silenzio abitato dalla Parola. Credetemi. Non «si esce sconfitti a metà». Si esce più forti. Anzi più uomini. E perfino più credenti. Don Giovanni Maurello Delegato della Calabria per la pastorale giovanile