
In questi anni la mia vita si è incrociata spesso con un posto, Nisida, che a volte sembra un’isola, a volte solo un lembo di terra che va verso il mare, altre volte nella mia mente è diventata Calvario, altre volte invece rimanda al Tabor, il monte della trasfigurazione di Gesù. Mi metto in macchina da Napoli e parto per raggiungere il carcere minorile. E per aiutare i miei pensieri ascolto un po’ di musica, quella che preferisco è una canzone tratta da un musical «C’era una volta Scugnizzi», si chiama "Carcere è mare". La musica è stupenda, le parole dicono: io da qui me ne voglio uscire, aspetto il vento che mi aiuta a volare, aspetto di dormire per sognare, ma ho la pazienza di aspettare. Mentre sono in auto salgo su questo isolotto e per me inizia uno spettacolo che mi emoziona sempre. Il mare impetuoso e affascinante, il volo libero dei gabbiani che popolano questo Calvario-Tabor, che è Nisida. Tutto richiama alla libertà, alla forza dei sogni, alla bellezza della vita. Ma come l’onda del mare che si infrange sugli scogli, così questi pensieri si infrangono sulle facce degli scugnizzi delle nostre terre. Tutto sembra paradossale, la bellezza incontrastata del luogo, da una parte, i cancelli, le sbarre, il carcere, dall’altra. Ma i volti di questi giovani mi richiamano ad andare oltre, a non fermarmi, a dare fiato e forza alla speranza. Qui Calvario e Tabor stanno insieme. Sono una cosa sola. Non sono scissi, proprio come il Venerdì Santo e la domenica di Risurrezione. Due aspetti che non possono mai essere separati. È questa l’epoca definita dalle passioni tristi dove si sta radicando sempre più, nella mente di tanti giovani, che è inutile sognare, è inutile educarsi alla speranza. I volti di questi giovani raccontano storie di vita, di sofferenza, di tristezze, di paure. Di affetti mancati, di attenzioni sociali e familiari continuamente violentati, che agli scugnizzi di Nisida, e non solo, hanno insegnato a non credere più nella forza dei sogni. Dice il Papa per la Quaresima: «Mai dobbiamo essere incapaci di "avere misericordia" verso chi soffre; mai il nostro cuore deve essere talmente assorbito dalle nostre cose e dai nostri problemi da risultare sordo al grido del povero». E nella mia mente quel «mai» diventa un comandamento, una spinta che mi impegna a trasformare il Calvario che è attorno e dentro noi in Tabor. Credo sia nostro dovere cristiano schiodare gli indifesi dalle loro croci e rimuovere situazioni di sofferenza, per costruire alternative alle croci della vita, quella propria e quella degli altri.
don Pasquale Incoronato
Direttore dell'Ufficio Giovani dell'Arcidiocesi di Napoli