Newsletter GMG 2011 -  N.38 del  24/12/2010 - newsletter@gmg2011.it
23/12/2010
Questa sera prima di lasciare il nostro ufficio in via Aurelia 468, sede del Servizio nazionale per la pastorale giovanile della Cei, abbiamo pensato di abbandonarci a qualche riflessione da condividere con voi in occasione di questo Santo Natale 2010.
L’approssimarsi della festa più sentita della nostra tradizione cristiana ci ha seriamente interrogato sul nostro stato di cristiani. Che cosa vuol dire essere cristiani oggi?
Partendo da questa domanda ci siamo soffermati su una scena “fuori tempo”, ma tremendamente attuale: la grotta di Betlemme! Gesù, Giuseppe e Maria e il silenzio della cronaca, che intorno a quell’evento, “unico e irripetibile”, non ha fatto tanto rumore, come del resto ancora oggi succede per la Celebrazione Eucaristica, la Betlemme di noi cristiani!
Inseriti sempre di più nel mistero dell’Incarnazione, possiamo affermare, in maniera convinta, che l’ottimismo della fede, la fiducia nella Provvidenza, l’esperienza di una vita “radicati e fondati in Cristo, saldi nella fede” (Col 2,7), incidono silenziosamente, ma significativamente nell’attualità e nella ferialità del nostro tempo.
Ogni cristiano, attraverso relazioni profonde e importanti, imprime tra le trame delle cronache odierne, quella lungimiranza che accorcia le distanze tra Dio e l’uomo: è il Mistero dell’Eucarestia, è il senso della nostra fede, sostegno e motivo della nostra presenza in questo mondo. Alle attese dell’uomo di ogni tempo, Dio corrisponde avvicinandosi con il suo Amore, il quale non conosce distanze e ostacoli! È così che l’avvento diventa incontro, che l’attesa diventa disponibilità accogliente, che l’Amore infinito diventa uomo. Il nostro augurio, per noi e per tutti voi è quello di ritrovare nella celebrazione eucaristica e nell’adorazione davanti al tabernacolo delle nostre chiese il significato dell’essere cristiani. La fede è insignificante se perde il suo significato: Gesù.
Quindi non Buon Natale ma Buon’Adorazione!
 
23/12/2010
Ho trascorso l’Avvento accompagnato da alcuni sms, dolcissimi, di una coppia di miei giovani amici che hanno scoperto di essere in attesa di un bambino proprio in questo periodo, nel 'tempo dell’attesa'; la notizia è giunta loro durante la cosiddetta 'novena dell’Immacolata', i giorni che precedono la solennità dell’8 dicembre. Penso che la gioia dell’attesa della nascita di un bambino sia una delle esperienze più belle che si possano vivere. Questa coppia, in precedenza, aveva purtroppo vissuto il trauma dell’interruzione spontanea di una gravidanza; attraverso l’ecografia sapevano che stavano aspettando un maschietto; un sacerdote, nel desiderio di alleviare la loro sofferenza, ebbe la felice intuizione di suggerire loro di dare ugualmente un nome al bambino che, per alcuni mesi, aveva vissuto nel grembo della mamma. Con grande fede e delicatezza mi rivelarono di aver fatto questo gesto, di averlo chiamato Matteo (nome di fantasia); lo hanno fatto nella lucida certezza che ci sarà un futuro incontro con lui in Paradiso.
 
Ho conosciuto molte persone, molte giovani donne, che, per i motivi più vari, hanno vissuto un’interruzione di gravidanza, ma non mi era venuta in mente un’idea del genere, così bella e luminosa!
L’immagine di questa famiglia, in attesa, richiama in me la dolcezza del Natale, una dolcezza gioiosa, pacata, sorridente, semplice.
Natale spesso fa rima con pace; in questo periodo è frequente ascoltare alla radio o alla televisione canzoni, poesie o preghiere che invocano la fine di ogni guerra. La guerra sembra una cosa lontana, di altri continenti.
Io avverto invece una violenza vicina, preoccupante, presente nella mia vita. È la violenza presente nei rapporti umani, nelle parole, nel modo di rivolgersi alle persone; è la violenza dei giudizi sull’operato degli altri, degli ordini, dei comandi, delle critiche; è la violenza del non chiedere 'scusa' quando si sbaglia, dell’indifferenza, dello scontro verbale, delle volgarità, dell’assenza di dialogo, del non saper ascoltare le motivazioni degli altri; talvolta soffro anche per la violenza delle immagini e dei suoni, spesso troppo forti e penetranti; sono certo che io per primo ho comportamenti violenti verso altre persone, e chiedo perdono. La violenza verbale, le offese, gli scontri duri sono purtroppo materiale per costruire spettacolo.
Vorrei chiederti Gesù, per questo Natale, per me e per tutti noi il dono di essere operatori di nonviolenza e di pace, perché dalle violenze nascono le divisioni, e noi tutti siamo un’unica famiglia che ha bisogno di essere unita, nell’amore e nella verità.
 
don Nicolò Anselmi
@Copyright 2010 GMG 2011

Questa e-mail ti è stata inviata perché ti sei iscritto alla newsletter o sei entrato in contatto con www.gmg2011.it
Se non desideri più ricevere questa newsetter clicca qui e verrai rimosso dal nostro sistema.